in un modo o nell’altro, di luce

 

“A nome di tutti i concorrenti, prometto che prenderemo parte a questi Giochi Olimpici rispettando e osservando le regole che li governano, impegnandoci nel vero spirito della sportività per uno sport senza doping e senza droghe, per la gloria dello sport e l’onore delle nostre squadre.”

L’atleta riesce a raggiungere il parossismo dell’essere umano, divenendo cosi “uomo sia di carne, sia, in un modo o nell’altro, di luce” quasi espressione della divinità, ma questa luce risulta ormai ottenebrata e fagocitata dalle aberrazioni di una società malata, rappresentata dal nero.

L’opera a seguito della critica nei confronti della caduta dei valori olimpici, offre la possibilità di riscatto all’uomo che attraverso l’altezza delle parole di Henley, che annullano l’immagine, fanno comprendere l’umana potenzialità.

Lo sport assume una funzione sociale importante, diventa esempio per il bambino che lungo una strada, rincorre il suo campione in fuga, non può scoprire la mattina dopo da un telegiornale che quest’ultimo è stato squalificato per doping, perche a quel bambino a cui è mancato il fiato dietro al suo campione, crollerà il mondo addosso; può dunque la società permettere che ragazzi di meno di vent’anni vengano invogliati ad assumere dosi di “allenamento facile”, perdendo cosi lo spirito di sacrificio e la conseguente soddisfazione di essere sul gradino piu alto del podio, con la consapevolezza di esserselo guadagnato.

Uomini prima ancora che atleti, come Sante Gaiardoni, che correvano in pista quando ormai la bicicletta non era piu un mito di progresso, ma ancora era lo sport capace di infiammare gli animi degli sportivi e quando intorno ai loro nomi non si sviluppava il circo mediatico odierno, che ha portato ad una situazione al limite della drammaticità.

“…presi la decisione della mia vita: non sapevo come, non sapevo in quale ambito, ma avevo la certezza che un giorno sarei diventato un campione del mondo, perché soltanto un quel modo avrei potuto dimostrare il mio valore e meritare l’ammirazione e il rispetto di tutti.” ecco perché si faceva sport, non per un ingaggio milionario, non per uno sponsor, non per i diritti televisivi, ma per passione, la stessa passione che deve spingere ogni uomo a migliorarsi.

È dunque una proposta di attivare un percorso di recupero della miticità tipica del campione olimpico, che rappresenta valori importanti per ogni ambito della vita, una miticità che l’arte nel suo trascorrere non ha mai sottovalutato, basti pensare al dinamismo di un ciclista di Boccioni, per ritrovare quell’aspetto quasi leggendario, in odore di divinità, che lo sport rappresenta.

Pertanto con quest’opera, si viene trascinati in una condizione in cui perdere il contatto con la realtà circostante, in un’angosciante solitudine, ove sia possibile prendere spunto dalla grandezza delle parole citate, ed iniziare una riflessione verso il recupero dei valori olimpici, che non solo devono caratterizzare la prestazione sportiva, ma la vita di ogni uomo.

Nicolò Vitacco